STORYTELLING
Quanto vale davvero sapersi esprimere?
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Da pilota a storyteller il passo è breve, ma il risultato è pazzesco.
Non viaggiavamo da un po’,
è vero.
Ma non così tanto da non ricordare che quello a cui abbiamo assistito è una cosa insolita. Procediamo con ordine.
6 luglio. Volo Alghero-Torino. Orario previsto di arrivo h. 16.00.
Partiamo in tempo con i 32° classici del sole sardo.
Fin qui tutto bene.
Poco prima dell’arrivo però iniziano i disguidi.
In un primo momento continuiamo a sorvolare sulle Langhe, impossibilitati ad atterrare causa una grandine apocalittica. Cerchiamo di spostarci verso Milano che magari lì la situazione è migliore. Manco per sogno.
Torniamo verso Torino, di solito le grandinate passano relativamente in fretta, dopotutto non siamo ai tropici. Niente da fare. I tempi si allungano, il carburante inesauribile non esiste e i voli pindarici in cielo non ce li possiamo più permettere.
Ripieghiamo su Genova, con un atterraggio di necessità.
Nel frattempo aspettiamo sull’aereo che ci vengano a rifornire. Si fa tardi. Iniziamo a vedere appuntamenti, programmi, impegni, svanire sempre più nel nulla, come immagino tutti gli altri passeggeri sullo stesso aereo.
Dopo un altro po’ di attesa ripartiamo finalmente per Torino e morale, arriviamo con 5 ore di ritardo.
Ma ecco la cosa curiosa.
Quando siamo scesi dall’aereo tutti, ma proprio tutti, abbiamo salutato con talmente tanta enfasi hostess e pilota, che lui stesso si è sentito di chiederci: “Ma come mai nessuno si lamenta?”.
Abbiamo pensato tanto alla risposta ed ecco quello che abbiamo capito.
Nonostante i ritardi, i disguidi, le attese infinite, le aspettative infrante, la stanchezza ecc, nessuno si è lamentato per un motivo ben preciso, che si chiama STORYTELLING.
Il pilota, infatti, fin da subito, ancora prima della partenza, quando ha preso la parola, ha messo in atto tutta una serie di tecniche di comunicazione che hanno fatto la differenza. E noi non potevamo non notarle.
1. “Buongiorno a tutti e a tutte. È il vostro pilota che vi parla. Attendiamo qualche minuto prima della partenza, perchè ci hanno avvertito del maltempo che gravita su Torino. Ho già avvisato che noi siamo pronti sulla pista di decollo e faremo il possibile per rispettare i tempi. Vi auguro un buon viaggio”.
Un saluto fuori dagli schemi, inclusivo ed empatico.
Accompagnato da un tono di voce caldo, vicino agli ascoltatori. Un incipit che di certo non ti aspetti da un pilota, nell’immaginario collettivo una figura professionale, invisibile, che incute anche un certo timore, dal linguaggio tecnico e puramente informativo. E invece no, lui è il pilota storyteller.
2. “Sono sempre io, il vostro pilota. Come avrete notato stiamo sorvolando su Cuneo da un po’. Sto cercando di capire se possiamo temporeggiare e atterrare comunque in tempo su Torino. Vi tengo aggiornati di ogni decisione”.
L’annuncio del primo problema. Cosa vi salta all’occhio?
“Come avrete notato”. Continua a rivolgersi in maniera diretta a noi passeggeri, all’ascoltatore. Instaura un dialogo cercando di rimanere su un piano di realtà. È franco nelle comunicazioni oggettive, ma empatico nei commenti generali su quella che è la situazione. In quel momento non è più un semplice pilota, è un pilota dalla nostra parte, che ci comprende e ci vuole aiutare.
3. “Le abbiamo tentate tutte. Purtroppo, come potete capire, la vostra e la mia incolumità vengono prima di tutto. L’unica cosa che possiamo fare per metterci in sicurezza è atterrare su Genova e aspettare i rifornimenti”.
Continua nella definizione del suo personaggio. Un pilota che sa il fatto suo, competente e irremovibile, ma altrettanto umano. Sincero e propenso a una comunicazione senza fronzoli, ma sempre volta alla relazione.
4. “Siamo pronti a ripartire. Tempo una ventina di minuti e saremo a Torino. Mi dispiace di questo inconveniente, ma non c’erano altre soluzioni. Sarà mia premura ora arrivare a destinazione nel minor tempo possibile. Grazie della comprensione”.
Il lieto fine. A questo punto i saluti non potevano che essere positivi. Essendosi messo sullo stesso nostro piano dal punto di vista emotivo, ma su un piano di superiorità su quello tecnico, non potevamo che affidarci alla sua autorevolezza e alla sua umanità.
Sembrano piccole cose, ma aver utilizzato queste accortezze, ha impedito il dilagarsi di un malcontento generale che avrebbe peggiorato di sicuro il tutto.
Queste tecniche di storytelling sono molto più ampie e possono essere applicate in tantissime circostanze. Nella gestione di imprevisti, in un piano editoriale social, per comunicare messaggi brevi, o come linea di identità più strutturata.
Il principio di base, come è emerso prima, è la creazione di un legame con il proprio target, unita a una buona dose di empatia e di sincerità.
In quest’ottica il pilota è il brand e i passeggeri sono i clienti.
Cosa ne pensate?
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